Illustri Autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle istituzioni, cittadine e cittadini, oggi celebriamo la Festa della Repubblica. Celebriamo il giorno in cui gli italiani scelsero di diventare protagonisti del proprio destino. Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, il nostro Paese usciva da una delle pagine più dolorose della sua storia. Le città portavano ancora i segni della guerra, le famiglie custodivano ferite profonde, l’Italia era chiamata a ricostruire non soltanto case, strade e infrastrutture, ma la propria coscienza civile.
Come ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quel voto rappresentò una svolta nella storia del Paese e pose le basi di un nuovo patto civile, ispirato ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Poche settimane fa, nella Sala d’Ercole del Palazzo dei Priori, abbiamo celebrato gli ottant’anni dal primo Consiglio comunale democraticamente eletto di Viterbo. Abbiamo ricordato il momento in cui la nostra città tornò a decidere liberamente del proprio destino e in cui, per la prima volta, anche le donne entrarono pienamente nella vita democratica della comunità. È impossibile ricordare la nascita della Repubblica senza fermarsi su questo passaggio storico. Per la prima volta la cittadinanza italiana si esprimeva nella sua interezza. Per la prima volta la democrazia assumeva il volto di un popolo intero. Le donne che avevano sostenuto il peso della guerra, che avevano custodito le famiglie nei momenti più difficili, che avevano affrontato privazioni, lutti e sacrifici, entrarono finalmente nella vita pubblica da protagoniste.
La Repubblica nacque anche grazie a loro. Nacque dalla loro forza silenziosa, dalla loro capacità di tenere unite le comunità quando tutto sembrava andare in pezzi, dalla loro fiducia ostinata nel futuro. Per questo, nell’anno in cui celebriamo gli ottant’anni della Repubblica, il nostro pensiero deve andare a quella generazione di donne e uomini che seppe trasformare il dolore in speranza e la distruzione in un nuovo inizio. La Repubblica non è nata come un semplice assetto istituzionale. È nata come una promessa. La promessa che la libertà non sarebbe mai più stata negata. La promessa che la dignità della persona sarebbe stata il fondamento della convivenza civile. La promessa che il confronto avrebbe sostituito la violenza, che il diritto avrebbe prevalso sull’arbitrio, che il bene comune sarebbe diventato il punto di riferimento dell’azione pubblica. Da quella scelta è nata la Costituzione, il più alto patto civile della nostra comunità nazionale. Un testo che non appartiene al passato, ma continua a parlare al presente. Perché i suoi valori — libertà, uguaglianza, solidarietà, partecipazione — non sono conquiste definitive. Sono responsabilità quotidiane.
Come ha ricordato il Presidente Mattarella, i valori della Costituzione vivono nell’azione di quanti ogni giorno si pongono al servizio della collettività. La Repubblica non appartiene soltanto alle istituzioni. Appartiene a una responsabilitàcondivisa che coinvolge ciascuno di noi. Si rafforza quando prevale il senso del dovere, quando ciascuno contribuisce al bene comune, quando la comunità sceglie di essere più forte degli interessi individuali. Ogni generazione è chiamata a custodire questi valori e a rinnovarli. Anche e soprattutto la nostra. Viviamo in un tempo complesso, attraversato da conflitti, trasformazioni tecnologiche, nuove fragilità sociali e sfide globali che sembrano spesso più grandi delle nostre possibilità. Eppure la lezione che ci arriva dal 1946 è ancora attuale. Chi ci ha preceduto affrontò prove enormemente più dure delle nostre. Eppure trovò il coraggio di guardare avanti. Non scelse la paura. Scelse la fiducia. Non scelse la divisione. Scelse la comunità. Non scelse l’indifferenza. Scelse la partecipazione. È questo il significato più profondo della Repubblica: ricordarci che il futuro non è qualcosa che accade, ma qualcosa che costruiamo insieme. E per questo il nostro pensiero deve rivolgersi soprattutto ai più giovani. Ottant’anni fa una generazione ebbe il coraggio di ricostruire l’Italia. Oggi spetta alle nuove generazioni continuare quel cammino, affrontando sfide diverse ma non meno importanti: la tutela della democrazia, la coesione sociale, la sostenibilità, l’innovazione, la pace. I ragazzi e le ragazze di oggi non sono soltanto il futuro del Paese. Sono già parte del suo presente. Nelle loro idee, nel loro impegno e nella loro partecipazione vive la forza con cui la Repubblica saprà affrontare i prossimi decenni.
Per questo la Festa della Repubblica non riguarda soltanto le istituzioni. Riguarda ogni cittadino. Riguarda chi educa, chi lavora, chi studia, chi si prende cura degli altri, chi serve lo Stato nelle Forze Armate, nelle Forze dell’Ordine, nella Protezione Civile, nel volontariato, nella scuola, nella sanità e nelle amministrazioni pubbliche. La Repubblica vive ogni volta che qualcuno mette il proprio impegno al servizio della comunità. Vive nei gesti quotidiani di responsabilità e di solidarietà che tengono unito il Paese. E vive anche qui, a Viterbo. In questa città che conosce il valore della propria storia e che continua a guardare al futuro con fiducia. Una città che, come l’Italia di ottant’anni fa, sa che il progresso non nasce dall’attesa ma dalla partecipazione. Che la democrazia non è mai un’eredità garantita, ma una costruzione collettiva. Che la libertà richiede cura, presenza e responsabilità. Ottant’anni fa venne accesa una luce che ancora oggi illumina il nostro cammino.
Sta a noi custodirla. Sta a noi trasmetterla alle nuove generazioni più forte di come l’abbiamo ricevuta. Perché saranno loro, come ha ricordato il Presidente Mattarella, i prossimi ottant’anni della Repubblica. A noi spetta il compito di consegnare loro istituzioni credibili, comunità coese e una democrazia viva. A loro spetterà il compito di continuare a farla crescere. È questo il significato più autentico della Festa della Repubblica: riconoscere ciò che abbiamo ricevuto e assumere insieme la responsabilità di ciò che lasceremo. Con gratitudine verso chi ci ha preceduto. Con rispetto per le istituzioni della Repubblica. Con fiducia nelle capacità del nostro Paese.
Viva Viterbo. Viva la Repubblica. Viva l’Italia.
